Il pianoforte

IL PIANOFORTE: TEMPO, DEDIZIONE E TENACIA. (Manuale di istruzioni per aspiranti pianisti... e genitori)

 

La musica non è un piacere immediato, non è tutto e subito: al contrario è costanza, coraggio e tanta passione! Lo sanno bene i piccoli allievi che da settembre iniziano a lavorare un brano che eseguiranno all’esame finale a giugno; o i più grandi, già abili musicisti, che passano settimane intere su uno stesso passaggio tecnico. Il pianoforte, come tutti gli strumenti musicali, mette infatti di fronte a differenti sfide, che nel corso degli anni vengono affrontate e superate.

 

A partire dalla presa di coscienza di se stessi. Un bambino che prende lezioni di pianoforte, o di strumento in generale, impara a conoscersi. Impara a fare i conti con il proprio io, con la gestione dello studio, del corpo e delle dita: quando il cervello apprende velocemente un concetto ma non riesce a trasmetterlo alle mani, e il piccolo allievo si sente incapace perché non riesce ad ottenere ciò che vuole. Ma nonostante tutto persevera nell’obiettivo, imparando a dare il meglio di sè settimanalmente, a confrontarsi con un adulto per dimostrare i progressi fatti o per discutere su dubbi o incertezze accumulate.

 

Perché mentre in una lezione scolastica, frontale o unilaterale, l’insegnante trasmette alcune nozioni che gli studenti incamerano, nella lezione di musica ciò che avviene è diametralmente l’opposto: quel che fa l’insegnante è dare solo un imput di studio, che viene raccolto dallo studente e maturato durante la settimana a casa. E solo alla lezione successiva, quando (e se) ci sarà materiale a sufficienza (per intenderci: solo dopo che l’alunno avrà imparato quel movimento e le mani sapranno esattamente cosa fare) il piccolo allievo potrà mostrare ciò di cui è capace al suo insegnante, il quale potrà a quel punto procedere al livello successivo, ovvero l’interpretazione e l’espressività. Lo studio di uno strumento, pertanto, comporta fisiologicamente un apprendimento lento, progressivo e stratificato.

 

Grazie a questo tipo di indipendenza (non c’è la verifica a fine quadrimestre ma è il bambino che dimostra all’insegnante quando è pronto ad affrontare una nuova difficoltà), lo studente impara a conoscere i propri ritmi di lavoro, i propri limiti, le proprie ambizioni.

 

Per questo motivo è fondamentale che un aspirante pianista abbia lo strumento a casa (un pianoforte vero, non una tastiera elettronica!): per esercitarsi autonomamente sulle cose imparate. A poco serve studiare su un pianoforte con 88 tasti pesati a scuola, per poi arrivare a casa e trovarsi una “pianolina” da una settantina di tasti scarsi, mollicci e dal suono stridulo. È come chiedere ad un pilota di Formula Uno di fare i suoi giri di prova su una city car, oppure ad un futuro medico di acquisire la manualità con il gioco dell’allegro chirurgo. Il pianoforte, quello vero, ha un meccanismo al suo interno, affascinante di per sé, che trasmette, tramite un sistema di corde, martelletti, leve e controleve, una sensazione tattile unica e inimitabile. Poco serve al culturista allenarsi tutta la settimana con pesetti da 0,5 Kg quando in gara deve sollevare pesi ben maggiori. E lo stesso vale per il dito del piccolo pianista.

 

Analogamente alla questione strumento c’è quella del tempo di studio. Quando mi chiedono quanto ci si metta a preparare un esame importante, una certificazione, per non parlare di un tanto aspirato esame di ingresso al Conservatorio, io rispondo: “due anni, come minimo”. I genitori spesso mi guardano allibiti. Siccome mi piacciono gli esempi, ne farò uno calzante: la disciplina sportiva. Se una bambina fa ginnastica artistica a livello agonistico, sa già perfettamente che oggi si sta preparando per i campionati del 2020/21. Perché dovrebbe essere diverso per il pianoforte? Per uno strumento che richiede contemporaneamente la conoscenza di un linguaggio (quello della scrittura musicale, dei segni, di tutti quei simboli scritti nero su bianco e che in realtà racchiudono infinite sfumature) ma anche una capacità motoria, di coordinazione: mentre la mia mano sinistra sta facendo una cosa, anzi magari due o tre, la destra ne fa un’altra, e così anche il piede destro, che sta schiacciando il pedale di risonanza, e il piede sinistro, che sta schiacciando il pedale del piano. Tutto questo leggendo ovviamente non solo una riga, come per la normale lettura di un libro, ma ben due  contemporaneamente, quella per la mano destra e quella per la mano sinistra. Non a caso un pentagramma è stato paragonato ad un piano cartesiano: l’asse delle ascisse non è altro che il tempo che scorre e l’asse delle ordinate è la frequenza, ovvero l’altezza del suono, e quindi della nota che devo premere. Capacità di astrazione e di coordinazione impossibili, dunque, da acquisire in pochi mesi.

 

E nemmeno si può sperare di raggiungere certi obiettivi se ci si siede al pianoforte una volta alla settimana; la volta della lezione magari, o la sera prima. C’è chi diceva “se non suono un giorno lo sentono le mie dita, se non suono per due lo sentono gli altri”. Il principio è quello di un allenamento sportivo: continuo e costante. Ai più piccoli non si richiede certo di suonare tutti i giorni un’ora e mezza, ma se diventa un’abitudine stare al pianoforte anche pochi minuti al giorno, il rapporto che si instaura con la tastiera diventa confidenziale ed intimo. Ed è in questo modo che lo studio del pianoforte si trasforma ben presto in un piacere personale, di continuo miglioramento ed evoluzione.

 

Tutti questi aspetti fanno sì che l’apprendimento del pianoforte favorisca in modo generale una propensione alla disciplina e al rispetto delle regole. Le regole della musica sono imprescindibili, la “segnaletica” musicale è rigorosa: la pausa dice di fermarsi, la doppia stanghetta coi puntini di tornare indietro, la virgola di respirare. La disciplina non è solo quella della scrittura musicale o quella che l’insegnante richiede agli allievi durante la lezione privata, ma è anche e soprattutto quella che il bambino, da solo, impara a imporre a se stesso (eventualmente con un piccolo aiuto dei propri genitori, quando necessario). E la disciplina acquisita con studio del pianoforte gli tornerà utile, in senso lato, per la vita intera: per non arrendersi alle prime difficoltà, per rendersi conto che le soddisfazioni arrivano con il lavoro duro e la costanza, per capire che la pazienza è la virtù dei forti.

Un aspirante pianista impara col tempo che lo studio dello strumento è una continua sfida con se stessi, per migliorare, per superarsi, per svincolarsi dalle difficoltà tecniche al fine di abbandonarsi al puro piacere di suonare. Perché ascoltare musica è meraviglioso, ma farla lo è ancora di più.

 

Articolo realizzato da A. Lapadula

 

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